Molti di noi credono di essere senza uguali nella propria disgrazia! Nel gruppo terapeutico, la smentita di questa sensazione di inconsolabile solitudine è una notevole fonte di sollievo ed un’occasione di rilettura della propria esperienza in altri termini, di rielaborazione creativa della propria storia o momento di vita. Confrontandosi con gli altri partecipanti che rivelano preoccupazioni simili, i pazienti riferiscono di sentire un maggiore contatto con il mondo. Nei gruppi le persone ricevono qualcosa per il fatto stesso di dare. Scoprire di poter essere importanti per altre persone è un’esperienza ristoratrice che dà un forte impulso all’autostima.

La maggior parte dei pazienti che intraprendono una terapia hanno alle spalle una storia di esperienze profondamente insoddisfacenti vissute nel loro primo e più importante gruppo: la famiglia di origine. Il gruppo sotto molti aspetti assomiglia ad una famiglia. Ciò che risulta importante non è che i conflitti possano venir rivissuti, ma che siano rivissuti in modo funzionale ed orientato al cambiamento. Nella terapia di gruppo non è raro che un paziente tragga beneficio dall’osservare la terapia di un altro paziente e non si è obbligati a lavorare.

Ci sono delle condizioni importanti affinchè un gruppo possa svolgersi:

  •  Si puo’ esprimere qualunque emozione, dalla piu’ amorosa alla piu’ distruttiva, ma non si puo’ “agire” niente, pena l’espulsione dal gruppo. Per agire si intende giudicare, aggredire o dire “tu sei…”.
  • Sul piano non verbale la discriminante e’ lo spazio privato dell’altro, che non va invaso. Si parla sempre all’altro e mai dell’altro, presente o assente che sia: nel caso di assenza dell’interlocutore lo si colloca immaginativamente nella sedia calda e gli si rivolge direttamente la parola. Parlare di qualcuno invece che a qualcuno e’ un modo molto efficiente di interrompere il contatto e di rendere inefficace la comunicazione. Nell’approccio sistemico si chiama triangolazione, un termine che descrive bene visivamente questo meccanismo di difesa.
  • L’attenzione e’ orientata principalmente al senso, e secondariamente al significato: e’ richiesto quindi di manifestare in primo luogo quello che si sente, e secondariamente quello che si pensa. Nel gruppo e’ particolarmente importante mantenere questa disciplina perche’ attraverso il pensiero e quindi il giudizio passano gran parte delle interazioni difensive e soprattutto offensive fra le persone: mantenere la comunicazione sul piano del sentire non permette aggressivita’ non esplicite e difficili da controbattere, e permette alle persone di starsi di fronte, o piuttosto di confrontarsi, come si dice tecnicamente, mantenendo la propria dignita’ in qualunque attrito personale, indipendentemente dalla forza  dell’interlocutore.
  • Va esplicitato evidentemente anche il tema della privacy: niente di quello che succede nel gruppo puo’ essere riportato fuori (pena l’espulsione dal gruppo), e va esplicitato anche un punto di vista politico, che spesso viene dato erroneamente per scontato, cioe’ la democrazia.

Irvin D. Yalom si è occupato molto dei gruppi. Egli afferma che per molti pazienti il senso di unicità è intensificato dal loro isolamento sociale. Nel gruppo terapeutico, la smentita di questa sensazione di unicità è una notevole fonte di sollievo. Confrontandosi con gli altri partecipanti che rivelano preoccupazioni simili, i pazienti riferiscono di sentire un maggiore contatto con il mondo e parlano di questo processo come di un’esperienza che dà loro “il benvenuto nella specie umana”.  Nei gruppi terapeutici i pazienti ricevono qualcosa per il fatto stesso di dare, non solo come parte della reciproca sequenza dare-ricevere, ma anche dall’atto intrinseco del dare. La maggior parte dei pazienti che intraprendono una terapia hanno alle spalle una storia di esperienze profondamente insoddisfacenti vissute nel loro primo e più importante gruppo: la famiglia di origine. Il gruppo sotto molti aspetti assomiglia ad una famiglia. Ciò che risulta importante non è che i primi conflitti familiari possano venir rivissuti, ma che siano rivissuti in modo correttivo.

Il gruppo spesso rappresenta la prima occasione di un serio feedback, soprattutto per coloro che non hanno mai instaurato relazioni di una certa profondità. Nella terapia di gruppo non è raro che un paziente tragga beneficio dall’osservare la terapia di un altro paziente con problemi simili ai suoi, fenomeno generalmente noto come terapia del sostituto o dello spettatore. Il comportamento imitativo ha in genere un ruolo più significativo nelle prime fasi della terapia, rispetto alle fasi successive.  La situazione di gruppo offre numerose occasioni per la produzione di esperienze emotive correttive. Perché questo avvenga sono essenziali due condizioni: a) i membri del gruppo devono sentire che il gruppo fornisce loro abbastanza sicurezza e sostegno da poter esprimere le loro tensioni apertamente; b) devono esserci un sufficiente impegno e un feedback sincero per permettere un efficace esame di realtà.

Abbiamo bisogno di sperimentare fortemente qualcosa , ma dobbiamo anche, attraverso la nostra facoltà di ragionamento, comprendere le implicazioni di quell’esperienza emotiva. Il concentrarsi sul “qui ed ora” per essere terapeutico deve avere due componenti: i membri del gruppo devono viversi l’un l’altro nel modo più spontaneo e sincero possibile, e devono in seguito riflettere su questa esperienza. Questa riflessione è essenziale affinché un’esperienza emotiva possa essere trasformata in un’esperienza terapeutica.

Yalom parla del gruppo come un microcosmo sociale in cui il comportamento non adattivo dei suoi membri viene chiaramente esplicitato, ma diviene anche un laboratorio in cui si mostrano il significato e le dinamiche del comportamento. Se il gruppo verrà condotto in modo che i membri possano comportarsi in maniera non circospetta, senza imbarazzo, essi ricreeranno e mostreranno vividamente la loro “patologia”. Se i sentimenti suscitati negli altri sono estremamente discordanti rispetto ai sentimenti che il paziente vorrebbe suscitare, o se i sentimenti suscitati sono quelli desiderati, e tuttavia inibiscono la crescita, è qui una parte importante del problema del paziente.

La premessa è che la coesione nella terapia di gruppo corrisponde alla “relazione” nella terapia individuale. La coesione è definita come la risultante di tutte le forze che agiscono su tutti i membri del gruppo per trattenerli nel gruppo, o, più semplicemente l’attrattiva che un gruppo esercita sui suoi componenti. La coesione non è di per sé un fattore terapeutico, ma piuttosto una condizione necessaria per una terapia efficace. I dati delle migliori ricerche disponibili sostengono che una terapia di successo è ottenuta grazie ad una relazione fra terapeuta e paziente caratterizzata da fiducia, calore, comprensione empatica e accettazione. Il semplice superare in maniera soddisfacente un ‘esperienza di gruppo può essere di per sé terapeutico: l’interiorizzazione dell’atmosfera di un gruppo accresce un processo di autoaccettazione e di autocoesione.

Dalle ricerche di Yalom si evidenzia come i pazienti comprendevano che la guida e il sostegno che potevano ricevere dagli altri erano imitati e che la responsabilità ultima per il modo di condurre la propria vita era esclusivamente la loro. Impararono anche che sebbene potessero essere vicini agli altri, c’era un punto oltre il quale non potevano essere accompagnati: esiste una solitudine fondamentale dell’esistenza che deve essere affrontata. Un concetto importante nella terapia esistenziale è che gli esseri umani possono correlarsi alle preoccupazioni ultime dell’esistenza in uno o due modi possibili. Da una parte possiamo reprimere o ignorare la nostra situazione di vita e vivere in uno stato di “oblio dell’essere”, come diceva Martin Heidegger. Dall’altra parte è possibile esistere in uno stato di “coscienza dell’essere”, una condizione in cui non ci meravigliamo del modo  in cui le cose sono, ma del fatto che esse sono. In questa condizione siamo consapevoli di essere; viviamo in modo autentico, abbracciamo le nostre possibilità ei nostri limiti e siamo consapevoli di essere responsabili della nostra vita.

Il concentrarsi sul qui ed ora, per dare risultati efficaci, deve basarsi su due livelli complementari, nessuno dei quali ha potere terapeutico se preso singolarmente. Il primo livello è quello della “sperimentazione” : i membri del gruppo vivono nel qui ed ora, sviluppano forti sentimenti verso gli altri membri, verso il terapeuta e verso il gruppo. Questi sentimenti diventano, in gran parte, il materiale del loro lavoro. La verità è astorica: gli eventi immediati della seduta hanno la precedenza su quelli della vita che scorre all’esterno e sul lontano passato. La seconda dimensione è la “chiarificazione del processo”. Il gruppo dovrà saper riconoscere, esaminare e comprendere il processo terapeutico. Il terapeuta dunque avrà due funzioni: pilotare il gruppo nel qui ed ora e facilitare il ciclo di autoriflessione o commento sul processo.

  •  Ecco com’è il tuo comportamento. Attraverso il feedback e successive autosservazioni i membri del gruppo imparano a vedersi nel modo in cui sono visti dagli altri.
  • Ecco come il tuo comportamento fa sentire gli altri. I membri del gruppo apprendono informazioni riguardo all’impatto del loro comportamento sui sentimenti altrui.
  • Ecco come il tuo comportamento influenza le opinioni che gli altri hanno di te. I membri del gruppo imparano che come conseguenza del loro comportamento, gli altri li apprezzano, non li amano, li trovano sgradevoli, li rispettano e così via.
  • Ecco come il tuo comportamento influenza l’opinione che tu hai di te stesso.

 l terapeuta ora si trova nella posizione di poter porre una domanda che dà l’avvio al momento veramente critico della terapia: “ Sei soddisfatto del mondo che ti sei creato?”

Quando arriva l’inevitabile risposta negativa, il terapeuta tenta a vari livelli di trasformare un senso di insoddisfazione personale nella decisione di cambiare e poi nell’azione per cambiare. Il compito del terapeuta non è quello di creare la volontà o infonderla nel paziente: questo in realtà non è in grado di farlo. Ciò che può fare è aiutare a rimuovere gli ostacoli dalla volontà soffocata o imbrigliata del paziente. Lo scopo del terapeuta è di guidare i pazienti fino ad accettare una o alcune o tutte le seguenti premesse fondamentali:

  • Solo io posso cambiare il mondo che ho creato per me;
  • Non esiste alcun pericolo nel cambiamento;
  • Per ottenere ciò che voglio realmente devo cambiare;
  • Io posso cambiare; io ne ho il potere.