“Non ci sarebbero vittime se non ci fossero aggressori,
 e non ci sono aggressori senza vittime.
E’ sempre stato così.
Anche negli antichi miti incontriamo questo modello[1].                 

 

Fritz Perls [2] parla di falsificazione dell’esistenza: uno dei fenomeni più importanti e interessanti di tutta la psicopatologia- l’autoregolazione organismica contro l’automanipolazione. L’interferenza avviene in due modi tipici. Si tratta del gioco dell’ autotortura, il gioco vittima-persecutore, topdog-underdog. Il persecutore  manipola facendo il saccente e autoritario e va avanti a colpi di dovresti, fa richieste impossibili, perfezionistiche…l’ideale non viene mai rivelato ma è qualcosa di impossibile, di irraggiungibile, una scusa per controllare e far schioccare la frusta…"Se non fai ciò che dico" partono minacce di catastrofi. La vittima manipola giustificandosi, scusando, adulando, frignando e…rimandando… “domani, hai ragione, faccio del mio meglio, ci ho provato in tutti i modi, mi sono dimenticato” ecc. non ha potere ma è furba, e in genere ha la meglio sul persecutore, che è meno primitivo della vittima, e il conflitto non si conclude mai perché entrambi combattono per la salvarsi la vita.Nel libro “Comunicazione affettiva e contatto umano”[3], si parla di comunicazione disonesta ed onesta. Rispetto alla prima è chiaro che ognuno di noi è un po’ nevrotico,copre dolori, paure ed emozioni represse che di fatto sono delle falsificazioni di cui per altro spesso non siamo nemmeno consapevoli e finiamo per mentire o fingere (comunicazione onesta e disonesta). Ma quando e perché abbiamo sviluppato questa inveterata abilità a mentire in modo consapevole o inconsapevole? Per accaparrarci un vantaggio di vario tipo abbiamo imparato a manipolare l’altro, ad accaparrarci qualcosa senza volerne pagare il prezzo!Come lo facciamo? Con la comunicazione indiretta e con i ruoli di comportamento nevrotici. Nel caso dei ruoli di comportamento nevrotici gli autori fanno riferimento al triangolo drammatico di Karpman, definito come lo spazio in cui si manifesta quella che noi abbiamo chiamato disonestà nella comunicazione, in questo triangolo abbiamo 3 ruoli fondamentali che si alimentano reciprocamente: persecutore, vittima, salvatore. Sono ruoli universali tramite cui giochiamo i nostri ruoli nevrotici per manipolare gli altri. 

La Vittima: non ama le responsabilità, tende a cercare qualcuno a cui dare la colpa, l’altro, il passato,  l’inconscio, il carattere ecc ecc. La vittima lavora su due fronti: la sua forza è nascosta accuratamente e prende potere sugli altri mostrandosi debole e sofferente e instillando il senso di colpa nel persecutore. Attiva un salvatore che la aiuti facendolo sentire utile e di vitale importanza.

Il Persecutore: prende potere sugli altri con la forza, la minaccia e l’aggressività. Questi tipi hanno sempre una giusta causa, un diritto acquisito a diventare aggressivi, quando non violenti usano l’intimidazione più che per portare giustizia nel mondo, per crearsi una corte di persone da dominare e usare; sarcasmo, critica, giudizi forti sono le sue armi…se il gioco gli riesce l’altro entra in uno stato di confusione e si spaventa finendo per fare quello che il persecutore gli ordina. In realtà criticando, essendo aggressivo e offendendo, agisce quei comportamenti che rimprovera agli altri e dai quali dice di difendersi. Quindi finché aggredisce continuerà a creare intorno a sé quelle situazioni che dice di combattere.

Il Salvatore: aiuta tutti, non ha mai tempo per sé, soddisfa i bisogni di tutti, si  preoccupa di tutti, aiuta anche quando gli altri potrebbero fare da soli. Quindi il salvatore aiuta la vittima, ma così facendo le permette di continuare a restare vittima, assumendosi responsabilità che non sono affatto sue.

Dove sta la disonestà comunicazionale in questi ruoli?

Vittima: comunica con gli altri esclusivamente attraverso la propria debolezza e il proprio dolore, nega la propria forza, professa di non avere capacità  e di poter trasformare la realtà. Conseguenze di questo gioco manipolativo: anche se arrivasse la cavalleria continuerebbe ad essere debole e insoddisfatta, non sviluppa la propria forza interiore, perché se un altro continua a fare esercizi ginnici per nostro conto i nostri muscoli non possono svilupparsi. E non divenendo forte perde la sua dignità: finge di non essere mai forte

Frasi e comportamenti tipici: Dai sempre la colpa a me, mi fai malesserenon sono capace sii buono, non voglio più giocare e/o parlare con te,sono irrecuperabile, impossibile, non riesco, non ce la faccio, non posso, quante cose sai fare!!fare l'offeso, tenere il muso, fare il fragile, ho bisogno di aiuto, perché sempre a me, lamentela senza far nulla, tu non sei al mio posto, non sai che non ce la posso fare- non mi capisci,Per favore, so che non sono un gran che, ma siate buoni, non prendetemi a calci, fa confusione e danni per scusarsi e ricevere così il perdono, poi appena perdonato combina un altro guaio. Nel chiedere consiglio vengono bocciate tutte le soluzioni proposte: lo scopo non è il raggiungimento dell'obiettivo dichiarato - ricevere aiuto - ma quello di dimostrare che il problema è irrisolvibile, svalutando qualsiasi aiuto e prendendosi il vantaggio secondario di crogiolarsi in una passività vittimistica del "non c'è nulla da fare". Il bambino che ricasca sempre nei soliti errori e necessita quindi di un genitore che lo controlli; è un chiaro esempio di gioco per attirare l'attenzione-→ il dipendente

Persecutore: le persone arroganti, che criticano e aggrediscono sono spesso le persone che hanno più paura di essere ferite interiormente, e che probabilmente sono state più ferite e umiliate. Probabilmente hanno reagito alle ferite e all’umiliazione con “se divento forte questo non mi succederà più” e quindi costringono gli altri a fare ciò che vogliono, li dominano, nascondendosi sotto le spoglie di padre-padrone o gendarme. Di fatto anche il persecutore non risolve le sue paure, perché non entra mai in contatto con la sua vulnerabilità, quindi, al contrario della vittima, finge di non essere mai debole.

Frasi e comportamenti tipici: guarda cosa mi fai fare, hai sbagliato-non si fa, io so come sei -ti ho scoperto: ti porto a sbagliare o noto un errore o mancanza e poi infierisco, rinfaccia, pretende, giudica, è ingiusto- polemica, puntualizzazione, critica, è colpa tua se faccio questo, quella piccola cosa che rovina tutto, non rispondere a una domanda o rispondere con un urlaccio sono di base la stessa cosa.

Salvatore: aiuta tutti nei loro bisogni e finisce per essere il primo a non riconoscere i propri. Ha una grossa paura di essere abbandonato e non riconosciuto nei propri bisogni.. ma anche in questo caso non risolve: aiuta gli altri, ma continua a rimanere solo e i suoi bisogni restano insoddisfatti. Manipola creando legami di dipendenza, e finge di non avere mai bisogno. Proietta all’esterno i propri bisogni. Aiutare significa aiutare l’altro ad aiutarsi e non sostituirsi altrimenti l’altro continuerà ad avere bisogno di noi.

Frasi e comportamenti tipici: Bravo, ti voglio bene, vuoi che ti aiuti?, Ti dico cosa fare, ci penso io - ti aiuto-protettivo, avresti bisogno di aiuto, ispirare protezione- ,consigliare- abbracciare- criticare, io ti salverò, caritatevole, Lieto di essere utile, Sto solo cercando di aiutarti

Quando siamo dentro a questi ruoli stiamo comunicando in modo disonesto perché manipoliamo gli altri senza per altro risolvere i nostri problemi senza sviluppare intere parti del nostro essere, non sviluppiamo la nostra vitalità. Non c’è una regola per funzionare adeguatamente, è necessario esaminare il contesto: non possiamo prendere in esame un pesce, senza guardare anche l’acqua.

La vittima Esprime: dolore e debolezza e nasconde: forza. Il Persecutore Esprime: forza e aggressività e nasconde: debolezza e paura. Il Salvatore Esprime: bontà e interesse e nasconde: bisogni personali e solitudine. L’accento è posto sulla responsabilità individuale e sulla mancata o presente consapevolezza  di svolgere questo ruoli. L’approccio è gestaltico. La relazione infatti è vista come io-esso.

Un approccio che si avvicina a quello gestaltico rispetto al rapporto vittima persecutore è quello dell’analisi transazionale: ognuno di noi sembra seguire una sorta di copione (chiamato gioco da E.Berne) al quale sembra difficile sfuggire, nel quale si innesca una coazione a ripetere che può avere degli aspetti patologici. La convinzione sottostante è che quando emergono sentimenti e convinzioni copionali emerge una rappresentazione del sé che viene interpretata come il vero sè. “Noi contiamo qualcosa solo in virtù dell’essenza che incarniamo e se non la realizziamo la nostra vita è sprecata”, il copione ci impedisce di avvicinarci all’essenza. Poiché le tre modalità più comuni dei giochi sono vittima, carnefice e salvatore, dobbiamo puntare la nostra consapevolezza sul fatto che uno non può esistere senza l’altro e ci è quindi una collusione. Il gioco è ripetitivo e ogni partecipante ricopre un ruolo fisso che può essere inteso come ruolo di Vittima, Salvatore o Persecutore; queste le loro motivazioni:  La vittima non si sente ok. Il salvatore si mette in moto per l’altro, ma lo svaluta. Il persecutore denigra l’altro.

I giochi portano al cosiddetto pagamento, inteso come tornaconto negativo finale. Negativo perché il gioco è fondamentalmente sleale e la conclusione prevede un elemento drammatico; superficialmente il gioco è plausibile, ma quello che conta è la motivazione nascosta, la qualità ulteriore che svela come le azioni di gioco siano in realtà delle vere e proprie manovre. Da ciascun gioco deriva un incrocio transazionale ulteriore da cui scaturisce il vantaggio psicologico che è sia interno, nel senso della soddisfazione che si trae dallo svolgersi del gioco sia esterno dovuto all’evitamento di una situazione temuta che il gioco consente di allontanare. Le esperienze infantili, adulte, il carattere e la reazione individuale incidono su questo. Le esperienze adulte possono confermare quelle infantili rafforzando questi ruoli. Il copione è un tentativo di ripetere un dramma, speso suddiviso in atti, rappresentativo dei primi anni dell’infanzia. Il copione è una strategia di difesa, di sopravvivenza che il bambino adotta per mettere insieme sé e l’ambiente, ma il problema è che diventa ripetitivo, limita la creatività, l’apprendimento e le esperienze. Usando una metafora è come un vestito confezionato a 10 anni che ora ci va stretto. Riconoscere e leggere il copione comporta consapevolezza e domandarsi cosa provoca il copione a livello emotivo, quali reazioni comportamentali automatiche porta con sé, se c’è interessa ad interromperlo. La consapevolezza brucia ma è il prezzo del cambiamento. C’è la possibilità di riprogettare il proprio copione e provare ad impersonarlo; questo concetto coinvolge anche il lavoro sui  miti e sulle fiabe.

 L'identificazione in un ruolo trae le sue origini dall’infanzia e dall’esposizione a maltrattamento e abuso. Nel libro di Alice Miller “La Persecuzione del bambino” l’autrice descrive attraverso la descrizione di alcuni personaggi noti esempi utili di questo meccanismo.

- L’infanzia Adolf Hitler, cresciuto in un regime totalitario con un unico e incontrastato signore, rude, il padre. La moglie e i figli sono completamente sottomessi al suo volere, ai suoi stati d’animo e devono mandar giù senza discutere e con animo grato, umiliazioni e soverchie. La madre fa la padrona dei bambini quando il padre è assente, potendosi così ripagare delle umiliazioni sofferte a scapito di quelli che sono ancor più deboli di lei, un’aguzzina, schiava anch’essa che si atteggia a dominatore. Alla notizia delle probabili origini ebraiche del padre, giunta quando Hitler si accingeva a conquistare il potere in Germania la reazione fu di far radere al suolo la casa natia del padre e la tomba della nonna dai carri armati della Wermacht. Un simile odio nei confronti del padre non può nascere in modo puramente cerebrale in un adulto, o da un atteggiamento antisemitico, per così dire “intellettuale”; un odio simile è profondamente radicato nell’oscurità delle proprie vicende infantili. “La mia pedagogia è dura. La debolezza deve essere bandita. Nelle mie cittadelle Ordine crescerà una gioventù di cui il mondo dovrà avere paura. Io voglio giovani violenti, dominatori, temerari e crudeli. I giovani devono sopportare il dolore. In loro non ci dev’essere debolezza o gentilezza alcuna. Nei loro occhi deve tornare nuovamente a lampeggiare lo sguardo della belva libera e superba. Forte e bella voglio la mia gioventù (…) in questo modo potrò creare qualcosa di nuovo”. Adolf Hitler.  Aver raso al suolo quella casa paterna e la tomba delle sue origini non ha cancellato l’interiorizzazione della figura paterna, né lo spostamento della debolezza sulla nonna materna ebrea come oggetto da annientare. 

- Cristiane F., infanzia costellata dai maltrattamenti e punizioni fisiche: “io non avevo mai odiato mio padre ma avevo solo avuto paura di lui. Ero stata anche orgogliosa di lui, perché amava le bestie e perché aveva una macchina così forte”. Cristiane apprende presto che l’amore e il riconoscimento si possono ottenere solo con la negazione dei propri bisogni, delle proprie emozioni e dei sentimenti (come odio, disgusto, repulsione), dunque al prezzo di una resa di sé. Tutti i suoi sforzi sono diretti sull’obiettivo di arrivare alla resa completa di sé, vale a dire ad essere “paracula”, termine che ritorna molto nel suo libro (nella traduzione italiana “cool”, letteralmente freddo è reso alternativamente con paraculo e stupendo). Ma se nell’hascisch c’è ancora la speranza di sentirsi libera, nell’eroina occorre fare i conti con una dipendenza totale (non voglio sentire), fino alla morte.

In entrambi i casi è presente un’estrema distruttività che in Cristiane è rivolta verso il sé, in Adolf Hitler contro i nemici reali e immaginari. Distruttività come modo di scaricare odio infantile accumulato nei primi anni di vita spostandolo su altri oggetti e sul sé. Entrambi hanno subito gravi umiliazioni e maltrattamenti e sono cresciuti in un clima di efferata crudeltà. La normale aggressività dovette essere repressa nel modo più rigoroso. Nessuno dei due ebbe a disposizione nell’adolescenza una persona adulta di sostegno con cui confidarsi. Vedendo sbarrata la via della comunicazione verbale basata su un sentimento di fiducia riuscirono a comunicare soltanto tramite una messa in scena e mediante quest’ultima focalizzare su di sé la massima attenzione dell’ambiente che li circonda ma alla fine a trovare la rovina.

Il copione è una strategia di difesa, di sopravvivenza che il bambino adotta per mettere insieme sé e l’ambiente, ma il problema è che diventa ripetitivo, limita la creatività, l’apprendimento e le esperienze. Usando una metafora è come un vestito confezionato a 10 anni che ora ci va stretto. Riconoscere e leggere il copione comporta consapevolezza e domandarsi cosa provoca il copione a livello emotivo, quali reazioni comportamentali automatiche porta con sé, se c’è interessa ad interromperlo. La consapevolezza brucia ma è il prezzo del cambiamento. C’è la possibilità di riprogettare il proprio copione e provare ad impersonarlo; questo concetto coinvolge anche il lavoro sui  miti e sulle fiabe.

Per Kirkegaard, la soluzione e la trasformazione arrivano, in fondo, quando la disperazione a tutti gli stadi è superata attraverso un salto di fede. In questo salto si accetta allo stesso tempo la propria debolezza e la propria forza, la mescolanza del finito e dell’infinito nell’essere umano e il comprendere che gli esseri umani devono muoversi tra gli opposti, piuttosto che identificarsi con un assoluto.

 

Vittima e persecutore nelle fiabe e nei miti: gli adulti e i bambini

             « Tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile.  Il tempo e lo spazio non esistono,
L’immaginazione fila e tesse nuovi disegni ».
 Da “Fanny e Alexander” di Ingmar Bergman

 La fiaba come il mito negli adulti può essere altrettanto utile ed importante perché attraverso la fiaba, una persona adulta può provare a recuperare significati che non erano stati interamente compresi. Le fiabe creano e risolvono situazioni di paura, di inadeguatezza, di solitudine, di mancanza di autostima, sconfiggono angosce e fanno svanire conflitti e fantasmi; le fiabe trovano soluzioni miracolose per ogni sofferenza. 

La maggior parte di noi cela, tra i suoi segreti, la propria fiaba preferita, fiaba che è spesso paragonabile alla trama della nostra vita. La  possibilità che offre la terapia è di riscrivere la propria vita secondo un altro copione, come direbbero i terapeuti dell’analisi transazionale sopraccitata. 

La differenza fra la vittima è il persecutore in un adulto rispetto alla vita di un bambino è che l’adulto può prendersi la responsabilità delle proprie scelte e riconoscere, pur restituendogli la sua dignità di vittima nell’infanzia e nel bambino che è stato, che ora come vittima ha fatto una scelta di ruolo, è inghiottito dal proprio mito, storia o fiaba che sia, la quale gli è in qualche modo gli è funzionale, perché come ogni sintomo, malessere o disfunzione ha dei vantaggi. Questi vantaggi risiedono nel non affrontare lo sforzo, la paura, e la responsabilità stessa.

E’ possibile identificare una struttura ricorrente nei miti e nelle fiabe, ed anche nella storia sia nelle caratteristiche dei personaggi:

La vittima non ha personalmente colpe, non viene considerata nel suo aspetto di persona, deve essere ben visibile (fisico, costumi, luoghi), resa estranea (si sfrutta la paura degli estranei) e distante, diviene oggetto di odi atavici e demonizzato con assenza di empatia; solitamente la vittima ha delle caratteristiche di diversità forti rispetto al suo persecutore (per razza, potere, ceto sociale, religione, mito delle origini), viene delegittimata, subisce una morte psicosociale. Il profittatore trae beneficio dall’esclusione altrui e ne diventa spesso un’apparente soccorritore. Di solito vi è un testimone, interno o esterno, coinvolto o indifferente. La risoluzione può derivare da un aiuto esterno o dall’attivazione delle risorse salvifiche del protagonista/vittima; l’aiuto si differenzia nelle modalità ma solitamente si tratta di vita o morte. Ciò che condiziona positivamente l’andamento della fiaba, o mito sono le norme di reciprocità all’interno di un gruppo o di una famiglia, quelle di responsabilità parentali, le capacità empatiche. Il profittatore/persecutore di solito si fa finalmente giustizia dopo essere stato vittima, non vede la vittima come persona (relazione io-esso), ma solo come nemico o esponente del nemico. 

Tutto il mondo è un palcoscenico, E tutti, uomini e donne non sono che attori. Hanno le loro entrate e le loro uscite; Ciascuno nella sua vita recita diverse parti.” (Shakespeare)

Eric Berne, i giochi consentono alle persone un forte coinvolgimento emotivo e relazionale, pur se negativo. Nel gioco si preferisce in pratica ricevere o dare carezze negative anziché nessuna carezza. Stephen Karpman ha ideato uno strumento semplice e potente per analizzare i giochi: il triangolo drammatico. Ogni qualvolta giochiamo dei “giochi” entriamo in uno di questi tre ruoli di copione

·Vittima Bambino

·Persecutore genitore normativo

·Salvatore genitore affettivo

è presente un tipo di comunicazione dove gli altri sono ridotti alla stregua d’oggetti (relazione Io/Esso), Un modo “felice” di essere-nella-relazione, di ottenere e dare direttamente carezze positive è la relazione dialogica Io/Tu,non “Lì e Allora” –Passato- piuttosto “Qui e Ora” –Presente-, smettere di utilizzare vecchie decisioni di copione decise da bambino o che accolse dai genitori. Scopo dei ruoli manipolativi è provocare o invitare gli altri a reagire in alcuni specifici modi, finalizzati a rinforzare le posizioni psicologiche iniziali del Bambino.

Può capitare che ci comportiamo in un determinato modo e abbiamo invece la sensazione di comportarci in modo tutto diverso. Non è raro, ad esempio, che una persona che si sente vittima, perseguiti in realtà chi gli sta attorno. Questi ruoli diventano “illegittimi”, quando sono usati per manipolare gli altri -quando questi tre ruoli appariranno con la lettera maiuscola si riferiscono a ruoli illegittimi e manipolativi-. Analizziamoli insieme.

Vittima, Persecutore, Salvatore sono ruoli “legittimi”, se sono applicati ad una situazione reale :

- vittima: chi è in possesso di una qualifica per un certo lavoro che gli viene invece negato per motivi di razza, di sesso o religione (ad esempio gli ebrei), chi subisce uno stupro.

- persecutore: qualcuno che di necessità stabilisce limiti di comportamento o il cui compito è far rispettare le regole (ad esempio la polizia).

- salvatore: chi aiuta una persona inadeguata a riabilitarsi e soprattutto a riacquistare fiducia in se stessa (ad esempio un terapeuta).

la Vittima. Nel ruolo della Vittima lo stato dell’Io agito è quello del Bambino Adattato negativo. La sua posizione esistenziale è IO non sono OK, TU sei OK. Ad esempio chi non è qualificato per fare un lavoro ma sostiene che questo gli è negato per motivi di razza, sesso o religione.La Vittima finge di non essere mai forte. La caratteristica basilare della Vittima è che cerca di trovare assolutamente un capro espiatorio, qualcuno cui incolpare dei propri errori. La Vittima tende ad instillare il senso di colpa nel Persecutore, poiché la Vittima ha deciso che è lui l’origine della sua sofferenza, e cerca di far sì che il Salvatore si attivi nel tentativo di aiutarla. Non sa che cerca un Persecutore con cui alla fine colluderà sentendosi rifiutato o sminuito, di un Salvatore con cui colluderà nel credere di aver bisogno del suo aiuto per pensare o per agire. Non chiede direttamente. E’ in continua posizione d’attesa,di pretesa e rimane stupita e offesa quando gli altri non comprendono i suoi bisogni, quando non capiscono i suoi desideri inespressi. Gli avvenimenti sono visti come ingiustizie che “tutti” fanno nei suoi confronti. Da questa posizione di grande disagio psicologico si passa facilmente al ruolo di Persecutore attaccando e accusando persone e avvenimenti per mettere ordine di fronte a tanta ingiustizia. VITTIMA esprime: dolore e debolezza nasconde: forza

Il Persecutore. Genitore Normativo negativo, in altre parole da chi da norme, regole e limiti che aumentano il malessere e la dipendenza. Io sono OK, TU non sei OK, è sovente ipercritico e svalutante, gli altri non fanno mai abbastanza o come si aspetterebbe. assume potere sugli altri attraverso la forza, l’aggressività e la violenza (ad esempio nel modello offerto dai vendicatori dei film. I Persecutori hanno sempre un giusto motivo, un diritto acquisito a diventare violenti, così da poter punire gli altri. L’aggressività non sempre è fisica, anzi spesso è verbale, morale e psicologica. Sarcasmo, critica, giudizi forti e taglienti, atteggiamento supponente, sono le sue armi. la Vittima finisce per fare ciò che il Persecutore gli ordina. il Persecutore, nel momento in cui critica o diviene aggressivo, offende e ferisce, agisce proprio i comportamenti che rimprovera agli altri e dai quali dice di difendersi.PERSECUTORE esprime: forza e aggressività nasconde: debolezza e paura

Il Salvatore.Il Salvatore è un ruolo in cui si agisce prevalentemente lo stato dell’io Genitore Affettivo, apparentemente protettiva ma che non favorisce la crescita e l’autonomia dell’altro. IO sono OK, TU non sei OK, perché svaluta le capacità dell’altro. Ad esempio chi con la scusa di aiutare gli altri, li mantiene in stato di dipendenza. finge di non avere mai bisogno. . preoccupandosi dei bisogni altrui, di fatto aiuta gli altri in quegli ambiti in cui essi, farebbero bene ad aiutarsi da soli. Egli aiuta la Vittima, ma le permette di restare Vittima, assumendosi responsabilità per cose di cui essa dovrebbe prendersi carico da se. Il Salvatore cerca di riscattare il senso di colpa o l’immagine negativa che ha di se, con azioni meritorie. Il “guadagno” affettivo è la riconoscenza che cela bisogno di riconoscimento, come un momentaneo sollievo alla propria solitudine, al proprio isolamento creando l’illusione di vivere una relazione affettiva. Si crea così il paradosso di un aiuto dato per il proprio bisogno, in cui l’aiuto non richiesto può essere colto come un’invasione, una prevaricazione soffocante. Il Salvatore ha una gran paura di essere abbandonato, di non essere riconosciuto nei propri bisogni e finisce per essere il primo a non riconoscerli; cerca di risolvere negli altri proprio ciò che farebbe bene a risolvere in se stesso. Gli altri diventano così la fonte prevalente del benessere, della gratificazione e del successo, realizzando il paradosso in cui il Salvatore “dipende” dagli altri: è così che il Salvatore finisce per assumere il ruolo del Persecutore.SALVATORE esprime: bontà ed interesse nasconde: bisogni personali e solitudine

Come agiscono i ruoli all’interno del triangolo drammatico? spesso una persona recita due o tre ruoli alla volta. Inoltre i giochi sono molto più semplici e lo scambio di ruolo è in essi più evidente. Per esempio, nel gioco “sto solo cercando di aiutarti” nel triangolo drammatico avviene una rotazione (quasi in senso orario) dei ruoli: la Vittima diventa Persecutore e il Salvatore diventa Vittima”.Vediamo un esempio interattivo di triangolo drammatico in una relazione di coppia:o ti accuso - tu ti difendi - ci resti male - mi scuso - tu allora contrattacchi con cattiveria - sono ferito - ti accorgi di aver passato il limite - tendi a minimizzare - io continuo a fare l'offeso - tu ti arrabbi portando a galla eventi passati. 

 

 

  [1] Abbandonare il Ruolo di vittima, Vivere la propria vita, Verena Kast, 2002. [2] Fritz Perls, La terapia Gestaltica Parola per Parola. [3] Baiocchi, P., Toneguzzi, D., a cura di.

 

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